Chicago Marathon 2016

Chicago, 9 ottobre 2016.

La testa tra le nuvole e adesso, a 10.000 metri di altezza, anche tutto il resto: una pacchia per chi mostra (ahimè) scarsa aderenza alla realtà quotidiana e non può fare a meno di un’innata, istintiva, irrinunciabile propensione ad interminabili voli pindarici. In quota mi lascio andare ai miei pensieri più alti – gioco di parole scontato, ma nei luoghi dell’anima ed in questo spazio libero posso concedermi ogni leggerezza e pure qualche fesseria -, oltre 9 ore a guardare le cose del mondo dal punto di osservazione migliore, dal quale sarà difficile scendere nonostante all’arrivo mi aspetti una città di una bellezza disarmante e una Major che premia oltremodo la mia grande passione per la Regina delle corse.
La Chicago Marathon, terza annuale e sedicesima complessiva, assume immediatamente i contorni dell’evento epocale, la gara della vita, il sogno che si realizza: dalla ricezione delle e-mail con le quali l’organizzazione mi comunica l’avvenuta iscrizione e l’inserimento nella seconda delle dieci griglie previste, ai tanti segnali presenti un pò ovunque in città: il biglietto della metro dedicato alla gara, la fermata “Chicago” della red line sovrastata dall’installazione che ritrae una podista tra due ali di folla, l’apertura dei telegiornali (già tre giorni prima della gara!) con collegamenti in diretta, aggiornamenti e interviste a personaggi sportivi e dello spettacolo protagonisti dell’evento.
In un contesto del genere il jet lag e l’acclimatamento sono fastidi assolutamente trascurabili, al contrario eccitazione ed entusiasmo crescono in modo esponenziale ora dopo ora, passo dopo passo, anche grazie alla contagiosa allegria di mia sorella Anna, pigmalione sin da quando ancora imberbe mi scarrozzava in giro per mostre e campeggi. Il resto lo fa l’incanto di una metropoli che nasce dalle ceneri del terribile incendio del 1871 e oggi sfoggia il classico aspetto verticale delle città statunitensi, ma il cui vero punto di forza è costituito dallo straripare di ogni forma culturale ed artistica: musei, gallerie d’arte, templi della musica, installazioni open air (la celebre scultura di Picasso in Daley Center Plaza campeggia in primo piano sulla medaglia) presenti in ogni dove, sia all’ombra degli innumerevoli grattacieli di downtown – se ne contano oltre 200 che superano i 100 metri di altezza – che negli immensi parchi cittadini (Grant Park, per dirne uno, ospita partenza ed arrivo della Maratona
). E poi l’immenso lago Michigan, sulle cui rive Chicago si adagia da nord a sud per 50 chilometri, che offre a cittadini e turisti la possibilità di rilassarsi, svagarsi, praticare sport o semplicemente oziare sullo sfondo dell’affascinante skyline cittadino. I tre giorni che precedono la Maratona sono totalmente dedicati a scoprire ogni miglio della metropoli: riempire occhi ed anima con le stupefacenti bellezze architettoniche, artistiche e paesaggistiche della “Windy City” è puro godimento, ricordo indimenticabile e anche una robusta carica energetica in vista della 42km! In questo gigantesco tourbillion di emozioni, il rumore assordante dei vagoni che ruggiscono sospesi tra i grattacieli del Loop – è tutto vero, come nella migliore tradizione dei film d’azione in cui i protagonisti giocano a guardie e ladri distruggendo quantità industriali di lamiera tra i pilastri di acciaio rosso che sostengono la ferrovia – diventa la colonna sonora di un contesto eterogeneo ma perfettamente miscelato, dove formaggio cheddar e salmone freschissimo, capolavori dell’impressionismo e opere di giovani studenti d’arte, malati del fitness e devastati dal colesterolo vanno a braccetto, tutti protagonisti in misura uguale.
Dopo tre giorni di turismo senza soluzione di continuità finalmente è domenica mattina, talmente mattina che potrebbe essere ancora sabato notte: ore 3:30 (tre e trenta), la sveglia non suona… colpisce al mento! Per un quarto d’ora fatico a ricordare chi sono, dove sono e cosa faccio, poi eseguo meccanicamente la sequela di azioni necessarie a riacquisire quantomeno la padronanza dei movimenti ed esco dall’hotel alle 5:45. L’aria è frizzante, il silenzio della notte metropolitana è interrotto soltanto dai miei passi e da quelli di qualcuno che non ritrova la via di casa, sulle ampie strade rischiarate dalle luci dei lampioni non c’è traccia del carnevale di suoni e colori andato in scena fino a pochi minuti fa; quando infine arrivo a Grant Park mi basta volgere le spalle al lago per godere dello spettacolo a due dimensioni del profilo dei grattacieli, nettamente percettibile sullo sfondo del cielo nero pece, puntinato qua e là da piccoli rettangoli di luce come lucciole sospese nelle sere estive di campagna. Accedo all’area atleti (protetta da un doppio filtraggio), mi reco al deposito sacche e raggiungo la griglia di partenza… dov’è la stranezza? Presto detto, siamo oltre 40.000 maratoneti e tutte le operazioni si svolgono molto velocemente, ordinatamente e senza alcun intoppo, grazie alla disponibilità ed alla collaborazione di un numero imprecisato di rappresentanti delle forze dell’ordine e volontari efficienti, cordiali e sorridenti. Top! Alle 7:15 entro in griglia: l’atmosfera è quella delle grandi occasioni, sono posizionato pochi metri dietro i ragazzi che si daranno battaglia per la vittoria finale e sapere che tutto il resto della truppa è dietro di me mi lusinga e mi emoziona un pò. Scambio sorrisi e poche chiacchiere in inglese, quanto basta per augurare “good luck!” a un indonesiano, un brasiliano, un etiope, diversi chicagoans ed altri statunitensi, un paio di orientali ed alcuni europei: adoro il respiro internazionale di queste World Marathon Majors, lo stesso che tanto mi aveva entusiasmato anche a Berlino. Recupero la concentrazione e, per la prima volta da quando ho abbandonato le mie nuvolette (o forse non sono mai sceso?), rifletto sugli obiettivi e la tattica da adottare: la preparazione è proceduta tra alcune difficoltà, in allenamento non ho mai superato i 30 chilometri e la mia stessa partecipazione è stata in dubbio fino a circa un mese fa… le premesse non sono delle migliori, ma conto molto sulla mie capacità di gestione della distanza (viceversa non sarei mai potuto essere un centometrista…), altrettanto sul tifo che si preannuncia incessante lungo tutto il percorso e, soprattutto, sulle motivazioni e la gioia che trasmette un evento straordinario come questo: mentre transito sotto il telone di partenza in un frastuono assurdo, giuro solennemente a me stesso che anche questa volta non mollerò un centimetro, d’altro canto correrò per conto di Dio (come mi ha ricordato l’amico/collega/podista Carlo, sperando che non me ne vogliano i miti Jake e Elwood)! Date le premesse l’obiettivo minimo è stare sotto le 3 ore e 25 minuti, ma sotto sotto cullo l’ambizione di avvicinarmi quanto più possibile ai 200 minuti o magari scendere al di sotto, così decido di partire forte (sempre in relazione al mio stato di forma attuale) per accumulare il maggior vantaggio possibile e lottare con tutto quello che rimane negli ultimi dieci chilometri: coraggio, si può fare! Sospinto dalle grida e dagli applausi del pubblico assiepato oltre le transenne ad ogni metro del percorso, mi metto alle spalle i primi 10 chilometri con la media di 4’35” /km, un ritmo troppo basso e molto rischioso. Questo primo quarto di gara regala scorci metropolitani particolarmente suggestivi: nei primi tre chilometri si entra e si esce dal Loop attraversando tre ponti sul Chicago River – il fiume si insinua all’ombra degli edifici in vetro, cemento e acciaio talmente alti che sembra non abbiano fine -, si procede in direzione nord lungo La Salle Street fino ad arrivare a Old Town, quindi oltre tre chilometri lungo Lincoln Park (altro meraviglioso polmone verde) per poi riscendere verso sud a partire dal km 7,5 dove l’incitamento arriva anche dalle finestre e dai balconi dei palazzi più bassi: impressionanante la partecipazione dell’intera città, alla fine dell’evento i numeri parlano di circa un milione e settecentomila persone lungo le strade! I ristori sono presenziati da lunghissime file di volontari su entrambi i lati del tracciato, ragazzi che protendono il braccio verso l’interno per facilitare e velocizzare le operazioni e che raccolgono i bicchieri in terra con rastrelli da giardino… scherzando, ma non troppo, mio nipote Michele commenterà che a Roma ancora oggi si trovano i bicchieri della Maratona di aprile! Tutto bello, tutto perfetto, eppure anche nel paese dei balocchi c’è qualcosa che non va e non è cosa di poco conto: già dal km 7 mi accorgo di aver corso oltre 600 metri in più rispetto a quanto segnalato sul percorso! La brutta sorpresa condizionerà pesantemente la mia condotta di gara, ad ogni chilometro elaboro i nuovi dati, ricalcolo il ritmo, riprogrammo la tattica da adottare e sono costretto a rivedere ripetutamente il piano attuato ad inizio gara; certo è sufficiente un applauso, il “cinque” di un bambino o un cartello di incitamento per tornare a sorridere e darci dentro, ma questo tarlo sarà difficile da rimuovere. Provo a insistere con vigore ancora maggiore e alla “mia” mezza registro un ottimo 1:35’40”, che però alla mezza ufficiale (al mio gps sono quasi al 22° chilometro) si trasforma in 1:38’15”, una media di 4’39” /km che mi garantirebbe comunque un gran bel tempo (tra 3:16′ e 3:17′) se non fosse che in realtà sto viaggiando a 4’32” /km ed alla fine dovrei gestire un vantaggio che di fatto viene annullato dalle centinaia di metri in più. Pazienza, intanto sono al giro di boa e mi sto divertendo un mondo, inizio la seconda parte ancora abbastanza brilante, le gambe girano bene, la frequenza cardiaca rimane bassa e l’entusiasmo cresce, corroborato anche dalla grande fiducia nei miei mezzi, altresì definita presunzione!
Adesso si tratta di arrivare al km 30 provando a rimanere leggero, cerco di curare la meccanica di corsa per non affaticare i muscoli e non sollecitare eccessivamente le articolazioni, mentro lo sguardo spazia verso le continue suggestioni della città e le manifestazioni di tifo, quasi fanatico, che il pubblico manda in scena. Sono dieci chilometri interlocutori che si snodano nel West Loop, lungo Adams Street e Jackson Avenue, successivamente lambiscono Little Italy ed infine scendono verso sud dove attraversano il quartiere universitario; a poco più di 12 chilometri dalla fine passo in 2:17’40”, un risultato totalmente insperato alla vigilia sul quale rimane però l’ombra del lungo tratto in più da correre, un vero peccato dal momento che l’attuale proiezione confermerebbe il risultato cronometrico finale di 3:17″. Ora però devo portare a casa nel miglior modo possibile l’ultima decina di chilometri, pertanto ricorro a qualsiasi tipo di deterrente contro la stanchezza, a cominciare dalle distrazioni a me tanto care: provo a visualizzare il traguardo, ad immaginare la festa dopo l’arrivo, a vedermi di nuovo in veste turistica ma questa volta con la medaglia al collo, persino a pensare alla mia prossima Maratona, sicuramente una in programma prima della fine dell’anno!
Ecco il km 35, non esiste città di medie-grandi dimensioni che non abbia la sua pittoresca Chinatown e Chicago, città multietnica e cosmopolita, non fa eccezione: tra un sorriso ed un saluto a chi incoraggia a gran voce, mi lascio catturare dallo spettacolo di suoni e colori – un capitolo a parte meriterebbero i tanti gruppi musicali presenti un pò ovunque lungo il percorso – messo in scena da un cospicuo numero di persone in costume, tutte sorridenti e ossequiose come solo gli orientali sanno essere. Ancora un paio di chilometri verso sud, quindi si gira sulla 35th Street e finalmente si risale verso nord lungo la Michigan Avenue: sono ai sofferti 5.000 metri finali, i muscoli delle gambe cominciano ad indurirsi, la mancanza di un lunghissimo oltre i 30 chilometri presenta inesorabilmente il conto, sono costretto ad abbassare il ritmo e a gestire gli ultimi metri con le poche risorse rimaste, provando a rimanere concentrato senza mollare la presa. Ora fatico enormemente ma tengo duro e sono consapevole di avere ancora un ampio margine di vantaggio sui 200 minuti, controllo ripetutamente il gps e percorro i tre chilometri conclusivi a 5′ /km: chiudo i miei 42,195 metri con il tempo è di 3:18’20”, media 4’42” /km, sono felicissimo, euforico, entusiasta, ma della finish line neanche l’ombra! Appagato e stanchissimo, trasformo il chilometro supplementare in una sorta di passarella durante la quale penso soltanto a correre allegro per salutare il pubblico che gremisce le tribune, mentre sogno una cena ricca di grassi e zuccheri!

Difficile spiegare l’emozione del traguardo, i suoni, i colori, il tifo assordante, gli applausi, la marea di persone entusiaste che sono lì per gridarti “you’re a hero”, “congratulations”, “good job”, il crono ufficiale che recita un gratificante 3:22’27” e poi la gioia senza freni mostrando fiero la medaglia della seconda Major al pubblico che risponde con un livello di decibel fuorilegge… Sweet home Chicago“!

Qualche ora più tardi l’acido lattico, le endorfine, le scorie sono già un lontano ricordo, mentre la felicità, le emozioni, la grande soddisfazione rimarranno indelebili nel cuore e nella mente (“Pain is temporary, glory is forever!“, come recitava uno tra le migliaia di cartelloni esposti lungo il tracciato): sarà sufficiente risalire (o non sono mai sceso?) sulle mie amate nuvolette e da lassù Chicago e la sua pazzesca Maratona non saranno mai troppo lontane.

6 Commenti

  1. Quanto mi sono perso delle tue ultime imprese! Non mi arrivano più i feed rss, porca la pupazza!
    Parafrasando Jake posso dire: Fratello hai visto la luce?
    Sei un grande, non smetterò mai di dirlo e pensarlo.
    Ma chi aveva ragione? il gps o la misurazione ufficiale?

    • Grazie fratello Marco, ancora una volta troppo gentile… sì, sì, ho visto la luce e ho proseguito oltre i 42.195 metri! Scherzi a parte, non so chi avesse ragione tra gps e misurazione ufficiale, probabilmente entrambi: credo di aver corso oltre 43 km per aver usato troppo gli spostamenti laterali su strade molto larghe. Grazie ancora, Marco!

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