Berlin Marathon 2013

Berlino, 29 settembre 2013.

42 chilometri alle spalle, 195 metri da percorrere… passo attraverso le colonne doriche della Porta di Brandeburgo, monumentale ed austera come le impone la triste storia che l’accompagna, scorgo in lontananza sulla Straße des 17. Juni il traguardo e lascio andare tutto: gambe, gioia irrefrenabile, un paio di lacrime furtive. Alzo le braccia al cielo, ai lati del percorso le tribune sono stipate in ogni ordine di posti, l’entusiasmo degli spettatori è dilagante così come quello che sento crescere dentro me fino all’esplosione finale, quando attraverso l’arco del traguardo, fermo il cronometro e con esso questi istanti che rimarranno eterni nella mente e nel cuore… Eccola, la nuova pagina della mia storia di podista, ho provato a scriverla usando l’inchiostro delle occasioni importanti, la grafia elegante, la prosa raffinata e ricercata. Ci sono riuscito, non mi resta che apporre in calce la mia firma accompagnata dal nuovo primato personale sulla distanza regina: 3h24’24”, 4’50” /km, un sogno per me, atleta amatore che corre e non sa perché, o forse sì…
Sono passate poche ore dall’epilogo dell’evento, il tempo di una doccia ed ora me la godo, comodamente seduto tra centinaia di amici sconosciuti, con lo sguardo inebetito sulla vivacissima Alexander Platz, sospeso in uno stato tra l’estasi e l’onnipotenza. Acido lattico ed endorfine non ne vogliono sapere di accomiatarsi, ma oggi anche loro sono le benvenute, i muscoli ed il sistema nervoso le ospitano volentieri e ne vado fiero come fossero altre medaglie oltre quella che fa bella mostra di sé appesa al collo. Cavolo, che sapore fantastico ha questa medaglia… Mentre confondo il mio speziato e ipercalorico currywurst con emozioni e sentimenti,  annegando il tutto in una Berliner Weisse, comincio a prendere coscienza di cosa sia stata questa Maratona ed a metabolizzarne il tourbillion di sensazioni, succedutesi ininterrottamente lungo tutto il percorso di gara ma iniziate già all’alba della vigilia, a Fiumicino, in attesa dell’imbarco. Un popolo di podisti dagli occhi gonfi ed il cuore in tumulto si aggira smarrito nell’aerostazione, ci fiutiamo, ci scrutiamo e ci uniamo, dalla Valle d’Aosta alla Puglia, dal Veneto alla Sicilia, l’Italia che corre vola compatta alla conquista di Berlino.
Eccitazione e tensione vanno a braccetto e non fanno sfracelli soltanto a livello emotivo, hanno anche il potere di mettere fuori uso l’orologio biologico: l’aereo decolla, sale in quota, atterra ed io non me ne accorgo, dormo profondamente, sopraffatto dalla stanchezza per non aver chiuso occhio neanche un minuto durante la notte.
Dall’aeroporto di Schönefeld mi reco direttamente all’Expo insieme a due podisti appena conosciuti, non c’è tempo da perdere mi attende un luna park di 24 ore di emozioni e voglio subito salire sulla giostra… Mai visto niente del genere: allestito presso il centro fieristico Flughafen Templehof, l’Expo occupa una superficie di 24.000 m² ed ospita oltre 190 stand di aziende dedicate allo sport, al turismo ed alla gastronomia. L’organizzazione è semplicemente impeccabile, le pratiche per la consegna del pettorale e del pacco gara (miserrimo, unico neo di un evento impareggiabile) procedono speditamente nonostante l’enorme affluenza, all’efficienza ed alla precisione del nutritissimo staff si accompagnano la freschezza e la giovane bellezza delle volontarie che non lesinano timidi ma rassicuranti sorrisi. Qui tento anche un primo approccio con la cucina made in Germany, ma non posso rischiare di mandare in malora quasi 600 chilometri di allenamenti svolti nella calura estiva per un salsicciotto, uno stinco di maiale o qualche irresistibile bionda (si parla di birra, beninteso). In serata provo a stemperare un pò la tensione passeggiando per le vie del centro ma ogni angolo della città è preso d’assalto dai maratoneti e dai loro accompagnatori, pertanto è praticamente impossibile provare a distrarsi, ad ignorare l’imminenza dell’evento, ad ingannare il tempo e me stesso fingendo che sia un giorno come tanti altri. Ed a cena stesso copione, i ristoranti sono pieni di atleti alla ricerca di un piatto di pastasciutta per fare il “carga de carbohidratos”, per dirla con le parole dei due simpaticissimi ragazzi spagnoli con i quali divido il tavolo, l’attesa, le impressioni e le speranze. Torno in albergo con la metropolitana (in questi tre giorni la prenderò ripetutamente, Berlino è l’ennesima città europea che vedo dotata di un pazzesco numero di linee sotteranee e di superficie che portano pressoché ovunque) e mi lascio cadere, sfinito, sul letto.

La cronaca della Maratona di Berlino 2013
E’ domenica, è La Domenica. La sveglia suona impietosa alle 4:30, mentre svolgo le rituali azioni mattutine con la consueta lentezza, mi stupisco della mia concentrazione e della serenità che mi pervade. Mi sento in buona forma e sono decisamente fiducioso ma soprattutto felicissimo di essere qua, mi ritengo davvero fortunato di poter correre una delle sei World Marathon Majors. Così, con la mente immersa in questi pensieri ed il cuore e l’anima inaspettatamente leggeri e pronti a spiccare il volo, metto in moto i muscoli delle gambe in una sorta di riscaldamento involontario ma inevitabile e mi unisco al fiume di maratoneti dalla faccia stropicciata, che scorre lento verso l’area tecnica creata nell’enorme spazio verde dominato dal Reichstag e dalla sua cupola di vetro. Il pensiero corre a quella terra di nessuno che oggi è terra di conquista da parte di una folle umanità in canotta e calzoncini, sempre più rumorosa, sempre più numerosa, quasi straripante nella zona deputata alle operazioni preliminari di vestizione e di consegna delle sacche. I sensi vengono travolti da una moltitudine di colori, infiniti idiomi, musica, suoni che si sovrappongono, persone di ogni età, religione, estrazione sociale… che potere ha questo sport, riesce dove molti altri falliscono, unisce laddove le etnie dividono, è davvero l’esperanto delle anime.
Il frastuono di suoni e di emozioni mi annebbiano per qualche minuto le idee al punto che indugio decisamente troppo e sono costretto ad entrare in griglia quasi per inerzia, trasportato dalla folla ormai oceanica, quando mancano appena dieci minuti al via: soltanto ora realizzo che non ho fatto neanche un minuto di stretching! Mentre provo ad allungare dolcemente i muscoli delle gambe, ecco verificarsi l’ultimo colpo di teatro prima della partenza: sulla tribuna di destra sono presenti le leggende viventi del podismo mondiale, coloro che in passato hanno stabilito i sette record mondiali nelle precedenti edizioni a Berlino. Mentre i mostri sacri ci salutano sorridenti cresce l’autostima, mi ripeto che l’obiettivo principale è quello di divertirmi come sempre, quello immediatamente successivo è di chiuderla in 3 ore e 25 minuti, ma intanto l’atmosfera euforica ed ansiogena allo stesso tempo alza l’asticella emotiva ben oltre il livello di guardia.
Sono le 8:45, il termometro segna 7 gradi, l’aria è pungente e pulita, il sole si staglia alto nel cielo terso ma non scalda quanto il calore della gente che applaude, incita, grida fino ad esplodere nel boato che accompagna la partenza. Il momento tanto atteso e sognato, quello programmato da quasi un anno, quello per cui mi sono allenato con piglio, determinazione e spirito di sacrificio, quello visualizzato tante volte nei giorni antecedenti la gara, è arrivato… finalmente si corre, mi impadronisco del corpo, di ogni singolo muscolo, tendini, articolazioni, tutti devono fare la propria parte sotto la regia di una testa fredda e di un cuore caldo. Parto subito con un buon passo e noto, con estremo piacere, che il tanto temuto imbottigliamento da partenza sovraffollata è scongiurato grazie ai risultati ottenuti nelle precedenti Maratone che mi hanno permesso di essere inserito in una delle prime griglie, quelle più veloci. Rinfrancato dall’idea di non dover fare il consueto, dispendiosissimo slalom tra gli atleti che mi precedono, imposto sin da subito il mio ritmo e strizzo l’occhio al pubblico che ricambia calorosissimo con un fantastico tifo ad personam! Salutata la Colonna della Vittoria si continua a correre sulla gigantesca Straße des 17. Juni fino al chilometro 2,5 quando, giunti alla Ernst-Reuter-Platz, si gira a destra e la strada assume dimensioni meno hollywoodiane restringendosi considerevolmente. Nonostante questo riesco a mantenere un’andatura costante ed al km 5 passo in 4’53” /km, esattamente il tempo che mi ero prefissato. Il percorso è fantastico, totalmente pianeggiante, spazioso ed anche scenografico: al km 7 si passa tra il Reichstag e la Porta di Brandeburgo, mentre ai km 9 e 10 si corre sulla Torstraße lungo la quale si incontrano il Duomo neobarocco e la Torre della televisione che, con i suoi 368 metri di altezza, troneggia nei pressi di Alexander Platz. Un quarto di gara è completato, anche al km 10 faccio registrare il ritmo di 4’53” /km, il passo è giustappunto quello che avevo deciso di impostare fino a metà gara e, anche se ancora è molto presto, prendo atto con soddisfazione di essere in linea con il mio obiettivo. I successivi 10 chilometri scorrono sotto ai piedi quasi senza che me ne accorga, vivo uno stato di grazia che arriva persino a preoccuparmi un pò, mi sembra di correre con i polmoni e le gambe di qualcun altro! Il riscontro cronometrico al km 15 dice… 4’53” /km, ho davvero inserito il pilota automatico, ma riesco a fare ancora meglio alla Mezza quando il cronometro mi sussurra dolce 4’47” /km. Non sto nella pelle, tutto funziona alla perfezione, le gambe vanno che è una meraviglia, respiro e battiti sono regolari, sono concentrato sulla gara ma al tempo stesso faccio il pieno di tutte le emozioni e dello spettacolo che un evento straordinario come questo può e sa offrire. La vera protagonista è la gente che, presente ovunque senza soluzione di continuità, con bandiere, striscioni, trombe e tamburi, incita a gran voce, incoraggia, sostiene, esulta, applaude, grida, chiama leggendo il nome dal pettorale, in alcuni frangenti è persino quasi commovente! Provo a tornare in me, basta con questi atteggiamenti civettuoli da prima donna verso il pubblico che acclama, il rischio è quello di essere sopraffatti dall’entusiasmo, spingere troppo e finire la benzina prima del traguardo, così mi richiamo ad una condotta di gara leggermente più prudente… detto ma non fatto, continuo ad andare ad un ritmo al di sotto del previsto sia al km 25 che al km 30 chiusi rispettivamente in 4’49” e 4’50” /km. Siamo alla resa dei conti, l’ottima gara condotta finora mi ha permesso di accumulare un tanto insperato quanto cospicuo vantaggio sul mio obiettivo finale, ma dal 30° chilometro comincia una nuova gara da affrontare con la massima concentrazione, tanta determinazione, buttando se necessario il cuore oltre l’ostacolo laddove dovessi incontrare il tanto temuto muro (incrocio le dita, finora non mi è mai accaduto), ovvero si palesassero i sintomi della stanchezza di una gara che volge al termine. Niente di tutto questo: sono motivato, non accuso stanchezza né problemi fisici, sento crescere entusiasmo e fiducia, grazie anche al tifo di un bambino prima e di una ragazza poi, che lungo il viale Kurfürstendamm al 34° chilometro gridano il mio nome facendolo seguire da un incitamento indimenticabile. Giungo di fronte alla Gedächtniskirche, anche il km 35 è completato ed ormai non mi stupisco più del mio stato di grazia: il cronometro indica 4’48” /km, non mi ferma più nessuno, l’ennesima band (alla fine del percorso di gara se ne conteranno 80, una media di una ogni 500 metri…!) diffonde le proprie note alle quali non so resistere, devo tenermi a freno per non lasciarmi andare ad un moonwalk in stile Michael Jackson, se non altro perché invece di proseguire nella corsa verso il mio primato, tornerei indietro! Al km 38 ecco spalancarsi agli occhi dei podisti l’avveniristica Potsdamer Platz; ha vissuto diversi tragici momenti, è stata distrutta dalla guerra, segnata dalla presenza della “striscia della morte” fino al 1989 ed oggi mi piace pensare che sia spettatrice di questo nuovo muro fatto di uomini in movimento. Le riflessioni lungo il percorso di gara mi aiutano a creare quelle finestre temporali che alleggeriscono l’animo e allentano la tensione, ma la concentrazione rimane alta e mai come adesso sono focalizzato sull’obiettivo, sempre più vicino, sempre più raggiungibile. E’ il km 40°, altri cinque chilometri conclusi con la media di 4’49” /km tra due ali di folla acclamante, che in alcuni momenti sembra in procinto di invadere il percorso per correre ad abbracciarti e portarti in trionfo fino all’arrivo. Il km 41 ed il km 42 non li ricordo, la mente è volata via per aspettarmi al traguardo, i sensi sono obnubilati, il corpo non mi appartiene più da un sacco di tempo, l’ho detto che ho corso con quello di qualcun altro, sicuramente di un podista molto più bravo di me. L’epilogo della Maratona da sogno l’ho descritto nell’incipit del racconto, la Porta di Brandeburgo, il tifo assordante, il traguardo, la felicità, il primato personale.
Le nebbie cominciano a diradarsi ma la sbornia non è ancora smaltita… aggiungo solo alcune immagini catturate qua e là durante questa passeggiata di 42.195 metri:

  • la presenza impressionante per numero, colore e tifo dei folcloristici tifosi danesi;
  • il “cinque” dato con l’indice ed il medio della mano sinistra alla minuscola mano di un bambino, sorretto dalla mamma;
  • gli occhi e l’espressione del viso dello stesso bambino, indimenticabili;
  • l’ideazione del tempo sul “chilometro appicicoso” da parte dell’amico podista Foia, ovvero del 28° chilometro nel corso del quale i maratoneti tutti hanno gettato in terra il gel offerto da uno degli sponsor della manifestazione, creando una sorta di patina appiccicaticcia, quasi adesiva (per dovere di cronaca ho chiuso il mio “chilometro appicicoso” in 4’51”, davvero niente male…);
  • gli ultimi 2.195 metri percorsi in 4’46” /km, con progressione finale e miglior tempo intermedio;
  • la presenza di oltre 1.000.000 di tifosi e di 800 band musicali lungo il percorso;
  • la gioia di vivere e condividere da parte di tutti, atleti e tifosi.

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