La prudenza non è mai troppa!

Ci sono ottime possibilità che chi sta leggendo (credo possa vantare il privilegio di essere uno dei pochissimi, forse l’unico…!) sia un runner e che in quanto tale sappia esattamente a cosa mi riferisco quando ammetto che in nome della corsa talvolta trascuro anche le più elementari regole del buon senso. Ma qualora colui che sta leggendo non sia un maratoneta e sia capitato casualmente da queste parti, deve sapere che noi podisti incalliti riteniamo la corsa un diritto pressoché imprescindibile, il momento della giornata che dedichiamo non solo al nostro corpo ed alla nostra mente, ma anche al nostro ego. Spesse volte anteponiamo la nostra passione persino all’incolumità personale, sia perché sottovalutiamo alcuni infortuni e ignoriamo la stanchezza, sia perché siamo capaci di glissare su alcune regole, tanto semplici quanto necessarie all’esercizio della nostra passione in totale sicurezza. Mi riferisco, scusandomi per chi considera ovvie e noiose queste puntualizzazioni, all’opportunità di scegliere strade, sentieri o qualsivoglia altro percorso conosciuto e non isolato, alla possibilità di allenarsi in compagnia o di rinunciare agli auricolari e in tutti i casi di portare con sè un cellulare, ma soprattutto alla necessità di correre alla luce del sole o comunque in zone ben illuminate, di indossare un abbigliamento con colori molto vivaci, sgargianti e fluorescenti, di far ricorso a fasce rifrangenti per polsi e caviglie.
Insomma tutto ciò che ci renda perfettamente visibili, a costo di sembrare una grottesca imitazione di un fantino al Palio di Siena. Tanto premesso racconto quanto mi è capitato nel corso di un tranquillo allenamento in un altrettanto tranquillo pomeriggio del mese di maggio. Tempo ottimo, sole ancora alto (ore 18:30), condizioni di visibilità perfette. Avevo percorso appena un paio di chilometri e mi trovavo su un rettilineo di campagna lungo poco meno di 1 chilometro e mezzo, con marciapiede provvisto di pista ciclabile che si interrompe all’altezza delle abitazioni, peraltro poche e poste a distanza di alcune decine di metri l’una dall’altra. Il manto stradale è perfettamente asfaltato, ci sono solo due corsie, una per senso di marcia, divise dalla linea di mezzeria continua. Proprio all’altezza di una di queste interruzioni del marciapiede, accade il misfatto: un’autovettura che sopraggiunge alle mie spalle (quindi nella mia stessa direzione di marcia) nel tentativo di fare un sorpasso invade l’altra corsia e con lo specchietto retrovisore mi urta il braccio. In tutta onestà fino al momento dell’impatto non mi sono accorto di nulla, quindi non ho avuto neanche modo di spaventarmi… improvvisamente un rumore di plastica che si spacca, lo specchietto che vola in alto e si porta dietro un’antenna, alcuni secondi di disorientamento totale e l’accelerazione della macchina che fugge a tutto gas. Ancora confuso vedo a terra il prezzo pagato dall’automobilista per questa manovra scellerata che soltanto per una decina di centimetri non si è trasformata in assassina… Finalmente metto a fuoco quanto accaduto, comincio a correre all’impazzata per gridargli contro tutta la mia rabbia finché non si dilegua all’orizzonte. Il braccio non fa male, è soltanto un pò rosso, rassicuro l’autista sorpassato che nel frattempo ha assistito alla scena impotente. Ma, come si diceva poc’anzi, per fermare un runner bisogna rendergli impossibile muovere le gambe! Il GPS certifica che è trascorso meno di un minuto da quando ho dovuto interrompere la corsa, la media min/km è ovviamente salita, è arrivato il momento di ripartire per tornare al ritmo che l’allenamento odierno richiede… Torno a correre e lo faccio ancora per oltre 10 chilometri, rispettando il piano allenamenti, ma nella testa rivivo mille volte quei pochi secondi ed ogni volta non riesco a non pensare ad un epilogo diverso, con me che vengo sollevato da dietro e scaraventato diversi metri più avanti, come capita in qualche occasione ad uno di quegli idioti incornato dai tori durante la festa di San Firmino.
Da questo episodio ho tratto la conclusione che il vero problema non sta esclusivamente in quanto un podista si renda visibile o, in un’altra circostanza, in quanta attenzione un pedone possa porre nell’attraversare la strada sulle strisce pedonali, dopo essersi accertato di farlo senza macchine sfreccianti nei paraggi, quanto l’assoluta mancanza di senso civico di qualcuno di noi quando è alla guida di un mezzo su due o quattro ruote. Bella scoperta, direte voi, di incidenti di questo genere ne sono piene le cronache! E’ vero… e sono felice di non essere assurto alla cronaca anche io, né mai vorrei esserlo!

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