I’m dreaming of a white Christmas…

C’era da sospettarlo. Dopo essersi fatta attendere a lungo, l’estate è scoppiata repentina e prepotente portando la colonnina del termometro intorno ai 35°centigradi nel giro di pochissime ore. A meno che non si faccia la vita dello studente (non rimpiangerò mai abbastanza quegli anni spensierati, solo risate, promesse per la vita, aspettative per il futuro e giusto qualche lacrima dal sapore dolcissimo, oltre ad una totale indifferenza rispetto alle variazioni meteorologiche) o non si appartenga alla casta dei ricchi di nascita (uno dei miei principali obiettivi per la prossima vita), questa illusione di vivere una continua vacanza in bermuda, canottiera ed infradito si rivela immediatamente per quello che veramente è: un’insopportabile, soffocante calura che genera rigoli di sudore, annebbia le idee, toglie il respiro e piega le gambe. Eh già, perché sole e caldo sono bellissimi con ombrellone, pinne e occhiali, magari adagiati su una sdraio in compagnia delle indagini di Pepe Carvalho, del suo assistente Biscuter e di una granita di caffè, con lo sciabordio delle onde a fare da sottofondo… ma quando si tratta di uscire la mattina presto, andare a lavorare e tornare la sera a casa grondante e sfinito, arrivo persino a rimpiangere quelle uggiose, tediosissime giornate autunnali che spesso maledico e che cerco di archiviare il prima possibile.
Nonostante tra le lingue di fuoco del caldo estivo noi poveri diavoli riusciamo ormai a dimenarci con discreta disinvoltura, quando arriva il momento di indossare le scarpe da running e di scendere in pista per l’allenamento in programma, personalmente pago all’anticiclone di turno un conto decisamente salato. E così il momento tanto atteso per espellere le tossine della quotidianità, quello programmato a tavolino nei minimi particolari per raggiungere lo stato di forma ottimale e gareggiare al meglio, sotto il solleone diventa un autentico stillicidio, un’agonia cui porre fine quanto prima, esattamente come capitato in occasione del mio allenamento odierno. In previsione della Maratona di Berlino del 29 settembre, sto seguendo il mio consueto piano di allenamento che per oggi (22 giugno) prevedeva una corsa rilassata di 18 chilometri; non avendo preoccupazioni di carattere cronometrico (dovevo partire a 5’26” min/km per concludere a 4’53” min/km, decisamente “rilassata”) ho scelto la soluzione allenamento a stomaco vuoto, cosa che faccio regolarmente una volta a settimana per abituare l’organismo a bruciare al meglio i carboidrati e attingere maggiormente ai grassi, processo che riveste un’importanza fondamentale nella Maratona, allorché la riserva di carboidrati immagazzinabile nei muscoli e nel fegato consente un’autonomia di circa un’ora e mezza. Alla fine dell’allenamento ho corso poco meno di 19 chilometri ad una media di 5’ min/km, per cui ampiamente in linea con quanto pianificato… ma che fatica! Caldo soffocante, sole alto dall’inizio alla fine e pressoché nessuna zona d’ombra, una latente sensazione di non farcela che ho dovuto combattere cercando di essere sempre presente a me stesso, con la concentrazione messa a durissima prova da un’aria a tratti irrespirabile. E con in mente le note di un’antica melodia: “I’m dreaming of a white Christmas…”

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