Sulle Orme di Enea 2013

Pomezia, 5 maggio 2013.

“Domenica prossima, il 5 maggio, mi riposo”. Troppe gare corse in meno di un mese, ben sei di cui quattro del campionato sociale e due infrasettimanali. Le gambe girano ancora abbastanza bene ma non voglio correre inutili rischi da affaticamento, le Mezze Maratone di settembre e la Maratona di Berlino sono ancora molto lontane ma perché rischiare una contrattura da sovraccarico che ritarderebbe la preparazione… Scorro il calendario per fissare il prossimo impegno agonistico per la fine di maggio, l’intenzione è di rientrare ai box per 2-3 settimane e mettere a punto il motore facendo un richiamo di preparazione sul fondo. Ma… “Domenica 05/05/2013 Pomezia, ‘Sulle orme di Enea’, corsa campestre di km 10. Però, intrigante questa gara dal nome così epico! E poi una campestre, ho corso sempre e soltanto su strada e su pista… quasi quasi, tanto per provare, una corsetta tra sassi, terra e polvere, una sorte di cross…”.
E’ domenica 5 maggio, sono le 8:30 e mi trovo davanti al gazebo del G.S. Bancari Romani. Cade una pioggia lieve ma insistente, mi intrattengo piacevolmente qualche minuto con il grande Direttore Tecnico Luciano, scambio alcune battute con il mio compagno di squadra Nicola che mi spiega con dovizia di particolari il percorso e le difficoltà che presenta, saluto altri podisti ed entro in griglia. Per un attimo torno a pensare che avrei fatto meglio ad evitare questa ennesima competizione (ho gareggiato soltanto tre giorni fa!) ma vengo presto distolto dal passaggio delle frecce tricolori che l’organizzazione ha sapientemente programmato affinché squarcino il cielo, sempre più grigio, proprio mentre riecheggiano le note di “Nessun dorma”, un pò kitsch ma tutto sommato divertente, se non altro per la reazione goliardica dei presenti. Al momento del via la pioggia si intensifica ma la temperatura risulta davvero gradevole, ci sono 17 gradi ed il primo chilometro in discesa, corso ancora su fondo stradale, è un comodissimo supplemento di riscaldamento per sciogliere ulteriormente le gambe. Dopo poche centinaia di metri inizia la gara vera e propria, la corsa campestre dura e bellissima giunta non a caso all’edizione numero 25: un cancello spalancato introduce ad un sentiero sterrato ed ondulato, decisamente irregolare, cui fa da proscenio un paesaggio bucolico in cui domina il colore verde in tutte le sue tonalità. Si tratta dello splendido Bosco della Sughereta, si intuisce sin da subito che non siamo al cospetto della classica 10 chilometri e che è meglio abbandonare qualsiasi velleità di carattere cronometrico: oltre alle oggettive difficoltà che presenta, a partire dal terzo chilometro il percorso comincia a salire decisamente per circa un chilometro, quindi si restringe per diverse centinaia di metri costringendo gli atleti ad un involontario trenino in cui ogni vagone sbuffa più di una locomotiva a vapore dei primi dell’800. Si passa attraverso il Campus ‘Selva dei Pini’, il percorso torna ad allargarsi ma la pioggia scende sempre più copiosa rendendo il fondo estremamente fangoso: il rischio di scivolare, così come quello di prendere qualche storta, è sempre maggiore ma lo spettacolo che la natura esprime e regala ai nostri occhi vale più di qualche pericolo, mentre il bambino presente in ogni individuo adulto di genere maschile (ma anche femminile…) trova terreno fertile in mezzo a questa fanghiglia! Dopo una bellissimo campo di margherite che forma una macchia gialla ancora più suggestiva sotto l’incedere della pioggia, mi accingo ad affrontare gli ultimi tre chilometri,tra i più duri, tra i più massacranti ultimi tre chilometri mai corsi nella mia vita da podista: prima una parete verticale, o giù di lì, poco meno di un chilometro letteralmente da scalare; poi, con le scarpe che ormai pesano come macigni piene di fango come sono, ancora un tratto di terra, sassi e melma e, dulcis in fundo, gli ultimi due chilometri in costante e progressiva salita, appena più dolce in prossimità del traguardo. Sfinito, con le gambe piene di acido lattico ma con la soddisfazione di chi sta portando a termine una gara disputata in una sorta di Terra di Mezzo di tolkiana memoria, trovo le residue energie per fare uno sprint negli ultimi 200 metri accompagnato dall’incitamento del Direttore Tecnico e dall’applauso degli intrepidi presenti sotto la pioggia ormai battente. Chiudo in 44’18”, 4’26” min/km, un tempo che mai avrei creduto possibile mentre correvo e ad ogni passo sollevavo fango, distribuendolo a chi mi seguiva e ricevendone da chi mi precedeva. 
Buona organizzazione, ottimo ristoro finale e pacco gara contenente un bell’accappatoio in microfibra, un pacco di pasta, le consuete merendine e bottiglietta d’acqua. Saluto gli amici soddisfatto per la bella gara ma poi penso che… abbiamo definitivamente cancellato le orme di Enea!

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